Il problema della Sindrome economica di Stoccolma


Sindrome di Stoccolma. In psicologia rappresenta lo stato psicologico  che si può manifestare in seguito ad  episodi di violenza fisica o verbale dove la vittima prova un sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore, che si può spingere fino all’amore, creando un’ alleanza, misto solidarietà, tra la vittima stessa e l’aggressore.

Definizione che dalla psicologia si può facilmente trasferire all’ambito economico dato che può alludere a quel legame e a quell’alleanza indissolubile tra consumatore e privato cittadino ad un mondo economico sempre più lontano dalla popolazione stessa.  

Crisi economiche-finanziarie, rating spazzatura e declassati dalle agenzie a tal punto da avvicinarsi alla pericolosa, finanziariamente parlando, zona di default.

Mondo economico che ha toccato con mano il fallimento della metrica stessa del P.I.L.(valore monetario totale dei beni e servizi prodotti in un Paese): risultata troppo carente, restrittiva con mancanza di visione di globalità d’insieme che possa andare oltre ad un giudizio puramente finanziario.

 Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. […] Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. […] Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Robert Kennedy – Università del Kansas 3 marzo 1968.

Prodotto interno Lordo che non conteggia la qualità di vita; indicatore basato meramente sul consumismo di massa tuttora, purtroppo, esistente.

(Cambio del P.I.L. o cambio di mentalità?)

Indicatore sostituito come ci insegna il piccolo paese asiatico del Bhutan ( Una lezione proveniente dal Bhutan) dal cosiddetto  Gross National Happiness (F.I.L.); l’Italia, dal canto suo, sta sperimentando il cosiddetto Benessere equo e sostenibile (B.E.S.)  riunendo 134 indicatori in 12 ambiti.debito-Pil  

Sistema economico che rende sé stesso protagonista  nell’attuale guerra di cifre priva di logica; sistema economico che continua a mietere, economicamente parlando, vittime. Vittime di povertà, vittime di disuguaglianza.  

Abbiamo fatto del nostro meglio per peggiorare il mondo.

Eugenio Montale

  Povertà e disuguaglianza che non si arresteranno, a quanto pare, nemmeno nel futuro, dato che secondo le previsioni dell’Unicef nel 2030 il fenomeno della malnutrizione colpirà ancora milioni di minori.beyond1

Una vergogna; una vergogna umana.

Sistema economico che “cerca” efficienza produttiva  e finanziaria a tutti i costi; efficienza che abbraccia anche le moderne tecnologie di automatizzazione.

(Lavoro 2.0: opportunità, sfida o pericolo?) . 

(Anestesia digitale:l’ABC della tecnologia)

Automatizzazione che secondo le stime del rapporto dell’Università di Oxford, potrebbe soffocare circa un terzo dei lavori entro il 2030.  

Google e Cina docet. (Zero diritti, nessun permesso sindacale, ferie o malattia. Benvenuti nella prima fabbrica al mondo senza operai.)

La robotizzazione(Sciami di robot telecomandati dal tablet) della produzione manifatturiera può far diventare come evento consuetudinario e quotidiano la notizia, ad esempio, della crescita del 108% del tasso di disoccupazione italiano a seguito della crisi economica.

Robotizzazione e tecnologia che può riuscire a far bypassare  alcuni processi produttivi tradizionali.

L’utilizzare questo obiettivo di efficienza del sistema produttivo attraverso la robotizzazione ( “I robot rubano i posti di lavoro – Internazionale“)può farci raggiungere una svolta al concetto di lavoro e di stato sociale.

Svolta resa protagonista nel riconoscere ad ogni persona un certo potenziale di creatività e di indipendenza economica.

Potenziale di creatività e di indipendenza che, in contemporanea, cerca di valorizzare, in senso lato, la capacità umana o il cosiddetto “capitale” umano.

Indipendenza economica che può essere considerata come un’arma nei confronti della dilagante povertà e salvagente nelle situazioni economiche  di estrema necessità.

Indipendenza economica che può portare il nome di reddito di base ( La Finlandia sarà il primo paese europeo a sperimentare il reddito minimo ); erogazione monetaria data a coloro che sono in possesso della cittadinanza  in grado di consentire una vita minima dignitosa, cumulabile con altri redditi, indipendentemente da ogni fattore.

Finanziamento che deve senz’altro provenire da una profonda riforma del sistema fiscale mettendo in discussione i tanto amati ed odiati ammortizzatori  sociali e probabilmente anche il sistema pensionistico.

“Quello di cui soffriamo non sono acciacchi della vecchiaia, ma disturbi di una crescita fatta di mutamenti troppo rapidi, e dolori di riassestamento da un periodo economico a un altro. L’efficienza tecnica è andata intensificandosi con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a risolvere il problema dell’assorbimento della manodopera. Visto in prospettiva, infatti, ciò significa che l’umanità sta procedendo alla soluzione del suo problema economico”.

“Prospettive economiche per i nostri nipoti” 1930.

John Maynard Keynes,economista.

Reddito che finirebbe per diventare un diritto. Diritto direttamente conseguente all’acquisizione della cittadinanza.  (Dieci tesi sul reddito di cittadinanza). 

Riformismo che potrebbe auspicare anche altre modificazioni normative come quella della riorganizzazione dell’orario di lavoro.  

Tutto è possibile; l’impossibile richiede solo più tempo.

Dan Brown  

Concetto di lavoro che risulta totalmente modificato in quanto lo si considererebbe  come diritto e non più come dovere.

Vivere per lavorare o lavorare per vivere?  

Riformismo che coadiuvato alle moderne tecnologie può mettere la parola fine anche al cosiddetto fordismo, basato sulla produzione di massa e la conseguente mercificazione del tutto.

Le tecnologie, che grazie alla riduzione del costo del lavoro permettono la non delocalizzazione della produzione, permettendone la personalizzazione del bene finale,  possono benissimo essere considerate come un nuovo input.

Il postfordismo, che trae linfa vitale nelle information technology,può ridar vita al cosiddetto metodo di produzione just in time.

Filosofia industriale che permette la flessibilità produttiva , cambiando radicalmente il processo, raffinandolo, producendo  “confezioni su misura” con una produzione che segue da vicino le esigenze dei singoli consumatori.

Meccanismo Just in time, originatosi in Giappone nel dopoguerra, che permetterebbe di stroncare l’abominevole consumismo di massa in quanto si produce solo ciò che si è certi di vendere successivamente.  

Ecco cosa facciamo noi esseri umani: ci trasformiamo in oggetti. Trasformiamo gli oggetti in noi stessi.

Chuck Palahniuk

  Just in time che ha permesso per esempio alla nota casa automobilistica BMW risparmi pari a 82,6 mln di Euro.

Risparmi derivanti  solo dall’accordo per la produzione di sedili per auto dove il produttore manda in tempo reale i fabbisogni giornalieri attraverso un’interfaccia, e di conseguenza il fornitore ha un tempo prestabilito per produrre i sedili e consegnarli secondo le caratteristiche richieste.  

Just in time che deve ovviamente abbinare l’ affidabilità, la riduzione delle scorte dovuta alla produzione su richiesta, ad un aumento della qualità e del servizio al cliente.   

Reddito di base, considerato come conditio sine qua non insieme all’attuale cambiamento tecnologico, può offrire una visione diversa dell’attuale sistema economico, sperimentandone dei  nuovi.

Il tradizionale pensiero economico  esalta la competizione, ma come faceva notare un noto economista e matematico, competere, al posto di collaborare, può essere dannoso per tutti.

Imperativo secondo Nash è il lavoro di squadra. Imperativo probabilmente offerto dalla dirompente sharing economy, dove quest’ultima coadiuvata con la tecnologia potrebbe abbattere il costo di molti beni, come sottolineato da un noto economista statunitense

(“La rivoluzione industriale e “il futuro a costo zero”. La ricetta di Jeremy Rifkin per uscire dalla crisi).

Unione Europea che potrebbe rilanciare l’iniziale idea di condivisione politica, come introdotto dall’articolo: “Sogno di mille ed una notte Europeo” e “Scacco matto orchestrale europeo“, unendo un miliardo di persone all’interno di un’unica maglia economica.   Il tutto per far garantire l’accesso alla soddisfazione dei bisogni primari ad ognuno/a.

(Per i giovani il capitale non è più possesso – Il Sole 24 Ore).

La ricchezza non consiste nel possesso di tesori ma nell’uso che ne sappiamo fare.

Napoleone

 Sharing economy (“Pagare meno e guadagnarci tutti: l’effetto dirompente della sharing economy – Corriere della Sera“) che però può tagliare ulteriori posti di lavoro ( ” La Google Car taglierà le vendite dei costruttori“- ” Guida autonoma, un balzo culturale – WebNews“).

Come ci spiega questo economista, l’ascesa del cosiddetto, da lui chiamato, “commons collaborativo” e le tecnologie del cosiddetto Internet of Things possono ridurre il costo di molti beni, democratizzando, in contemporanea, la produzione stessa.

Cambiamento che può mantenere nel Vecchio Continente la produzione industriale senza delocalizzarla in altri Paesi, aumentando così la competitività stessa.

Sarà possibile costruire, come auspicato in questo articolo,  uno statuto post- lavoratori e post-scarsità dove diventerebbe un diritto il condurre sempre una vita dignitosa senza una guerra alla sopravvivenza comune continuando a cercare sempre affannosamente un lavoro; un moderno umanesimo senza peggiorare ulteriormente la situazione e senza farci travolgere dalla sindrome economica di Stoccolma?

Sindrome che potrebbe farci rimanere ancorati alla situazione odierna seppur con sofferenza.

E’ una scelta, non è un destino.

Il futuro si costruisce guardando il passato, comprendendo appieno il genio dietro la follia, la follia di un mondo che strizza l’occhio alla qualità di vita senza affannarsi da una guerra di cifre statistiche.

La parola ai posteri.

” Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente, né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto.” 

Dalai Lama

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F.COLOMBARI

Articolo pubblicato con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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19 pensieri su “Il problema della Sindrome economica di Stoccolma

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  13. Non sono d’accordo su una visione così critica nei confronti del Pil, però secondo me c’è una grande mancanza in questo articolo:
    Manca la definizione del Pil (che sarebbe succintamente insieme dei valori aggiunti, o dei prodotti finali, o dei consumi in una economia), cosa che secondo me è importante, perchè specifica di che cosa si stia parlando, altrimenti rischiano di essere critiche non pertinenti, anche se magari sensate

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    • Buonasera e, soprattutto,grazie della lettura. Ammetto che la definizione di PIL è stata lasciata sottintesa (anche se il suo è stato un ottimo consiglio per integrare), comunque il valore economico d’importanza che diamo a questo tipo di indicatore è dovuto principalmente al sistema economico e consumistico corrente. Ammetto che se fosse integrato con qualche altro indicatore con una visione d’insieme, aldilà dei numeri economici, sarebbe un toccasana per la collettività.

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      • A mio modesto avviso, il PIL è una delle più importanti invenzioni statistiche.
        Se non mi ricordo male fu Simon Kuznet ( Nobel per l’economia 1971) ad inventarlo negli anni 30 per misurare il trend economico dopo la grande depressione.
        Lui stesso era critico ad usarlo come un indicatore esclusivamente del benessere.
        Secondo me questo indicatore è buono per alcuni motivi, che lo rendono migliore ad esempio del BES [Se non sbaglio Sen, Stiglitz, e Fitoussi sono gli ideatori] o dell’ISU ( indice sviluppo umano), che da quanto so spesso si basano proprio sul Pil
        1) è un valore unico ( non basato su altri indicatori sostanzialmente)
        2) è un valore monetario certo
        3) è relativamente facile da calcolare ( perchè non richiede interpretazioni sui dati grezzi)
        4) spesso altri indicatori basati sul Pil riescono a supplire alcune mancanze dello stesso ( come il pil reale, nominale, pro-capite, indice di Gini)
        Sono convinto che il progresso statistico non andrebbe a sopprimere il Pil ma ad integrarlo.

        Infine, mi volevo permettere un commento sul discorso di Bob Kennedy:
        E’ vero che il Pil calcola anche le ambulanze che soccorrono i morti per le strade. Pur tuttavia, se uno lo vede in un ottica diversa, non è così negativo.
        Se andare in giro con le automobili fosse sicurissimo, e fosse impossibile fare incidenti, non ci sarebbe ciò. purtroppo però non è così, non per colpa dell’economia, ma perchè gli incidenti esistono, e quindi è un bene che si spendano comunque soldi per salvare, o cercare di salvare, queste persone.

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